Il 23 febbraio, nell’antica Roma, si celebravano i Terminalia, una festività dedicata a Terminus, il dio che proteggeva e rendeva sacri i confini segnati da cippi terminali (terminus). Ogni singolo cippo era oggetto indicante il confine, ma aveva in sé anche la potenza del Dio, erano essi stessi “divinità”. Durante i Terminalia, i contadini decoravano le pietre di confine con ghirlande e offrivano incenso, miele, vino e primizie e si sacrificavano agnelli o galline; il rito più importante si svolgeva presso il sesto miglio della via Laurentina, che conduceva alla città di Laurentum, la più antica città dei Latini, vicino alla foce del fiume Tevere, legata alle origini mitiche di Roma e a Enea.
Spostare una pietra era un atto sacrilego
La ricorrenza segnava la conclusione dell’anno romano e ribadiva un principio essenziale: i confini non erano semplici linee di divisione, ma simboli di ordine, giustizia e pacifica convivenza. In un mondo in cui la proprietà era sacra, Terminus incarnava l’inviolabilità dei limiti: spostare una pietra di confine era un atto gravissimo, non solo per la legge, ma anche agli occhi degli Dèi in quanto ogni pietra incarnava il Dio stesso.
Il termine “confine” infatti, deriva dal latino con-finis, che significa “avere un limite in comune”: Non una linea di divisione o addirittura un muro fisico, ma un punto di incontro tra realtà diverse. L’etimologia di “terminus”, ha la radice indoeuropea *ter- che rimanda alla nozione di ‘attraversare’, ‘andare oltre’. Il confine delimita e separa, ma è anche punto di incontro.

Origini del culto del dio Terminus
La mitologia descrive Terminus come il figlio della grande Madre Aer (la Dea aerea o celeste, simbolo di spazio e tempo illimitati). In quanto Termine, il dio stabiliva confini e limiti, ponendo un termine alla Dea del cielo infinito. Secondo lo studioso Varrone, il Dio Termine fu introdotto a Roma dal re sabino Tito Tazio, insieme alla maggior parte delle divinità agresti.
La tradizione vuole che Roma non abbia avuto un tempio dedicato a Giove fino all’età del Re Numa Pompilio. Pertanto, quando sul Campidoglio si trattò di edificare quello a Giove Ottimo Massimo, la sommità del colle era in parte già urbanizzata e sarebbe stato necessario spostare alcuni edifici di culto compreso quello dedicato a Terminus.
Due divinità avrebbero rifiutato di spostarsi: Terminus e Iuventas (o Juventas), la dea della giovinezza; entrambe rimasero nel luogo sacro, simboleggiando per Roma la promessa di eterna stabilità e giovinezza. Entrambe furono incorporate nel tempio di Giove Ottimo Massimo. Gli operai addetti alla rimozione di Terminus (una grande pietra di forma aniconica cioè che non ammette immagini di sé) non riuscirono a sradicarlo dal terreno.
I sacerdoti compresero la volontà del dio di rimanere al suo posto e dovettero includerlo nell’edicola di Minerva, all’interno del Tempio di Giove e dato che l’effigie di Termine doveva stare sotto il cielo (poiché i confini celesti e terrestri erano in connessione tra loro), fu praticata un’apertura sul tetto del tempio ad uso esclusivo del dio. Gli àuguri (i sacerdoti etruschi specializzati nell’interpretare la volontà divina) predissero che, poiché il dio Termine era stato capace di opporsi all’autorità di Giove, i confini dello stato romano non si sarebbero mai ritirati.
Se all’inizio però le sembianze del dio erano per lo più nella forma di cippi o pietre, in seguito divennero umane: un busto senza braccia e senza gambe, simbolo di inamovibilità.
Giove che crea ordine dopo Saturno
Se si guarda oltre la tradizione civica romana, che fa risalire l’organizzazione della città alla prima monarchia, emerge che l’opposizione tra Romolo e Numa rispecchia una più antica contrapposizione cosmologica: quella tra il regno “caotico” di Saturno e quello “ordinato” di Giove.
Saturno, associato al disordine e a un tempo smisurato – la cui memoria sopravvive nei Saturnalia, festa di sovversione in cui le distinzioni sociali venivano temporaneamente sospese – lascia il posto a Giove, il dio che, nascendo entro il tempo, istituisce la terminatio, cioè la divisione dei campi, e organizza il calendario in mesi lunari e stagioni (Ovidio, Metamorfosi 1.113). Come ricorda Virgilio (Georgiche 1.125), prima di Giove nessuno coltivava la terra, né era permesso tracciare o suddividere i terreni.
I confini alla base del diritto Romano
Nel diritto romano possiamo riconoscere con particolare chiarezza quella che potremmo chiamare la “vocazione regolativa” dei Romani: la loro tendenza a organizzare, ordinare e definire con precisione ciò che riguarda la vita pubblica. Lo si vede bene nel racconto che il giurista Sesto Pomponio (II sec. d.C.) fa sull’origine del diritto a Roma. Egli sottolinea quanto sia importante la giurisprudenza, cioè il lavoro dei giuristi, perché è grazie a loro che il diritto diventa concreto ed efficace. Pomponio si chiede: a cosa serve avere delle leggi, se non ci sono persone incaricate di applicarle e di tracciarne i confini, stabilendo come vadano interpretate e usate?
Anche Cicerone aveva espresso un’idea simile, contrapponendo in modo retorico il militare e il giurista: il primo allarga i confini dello Stato, il secondo li definisce e li regola.
Questa idea di “tracciare, dirigere, guidare” è già contenuta nel verbo latino regere, un termine centrale nella cultura romana. Rego significa infatti “dirigere, governare, guidare”. Virgilio lo usa nel celebre passo dell’Eneide in cui afferma che il compito di Roma è quello di “guidare i popoli con il proprio potere”. Ma lo stesso verbo ricorre anche nell’espressione regere fines, cioè “tracciare i confini”.
Rex: colui che traccia la linea giusta
L’etimologia aiuta a capire la profondità di questa idea. Rego deriva da rex, che originariamente non indicava tanto un sovrano assoluto, quanto una figura con il compito di “tracciare la linea giusta”, stabilire la direzione corretta da seguire. Dalla stessa radice derivano parole come rectus (“retto, dritto”) e regula (“la squadra o il righello per tracciare una linea diritta”). In altre parole, chi esercitava l’autorità non era tanto chi comandava, ma chi stabiliva ciò che è “retto”, cioè ciò che è conforme alle regole.
Per i Romani, questo gesto concreto – tracciare una linea, definire un confine – non era solo un’operazione tecnica: era un rito e insieme un atto dotato di valore morale. Nel loro sistema, un’azione eseguita “correttamente”, cioè secondo le regole, era automaticamente anche “giusta”.
Lo stesso termine iustus (giusto) nasceva dal significato di “conforme allo ius”, cioè eseguito secondo le norme. Il senso morale non era separato da quello rituale o tecnico: il diritto romano si fondava su una vera e propria ortoprassi (dal greco orthós: corretto, e práxis: azione, significa letteralmente corretto modo di agire), l’idea che la correttezza dell’atto coincida con la sua giustizia.
Per questo ritualità, regolarità e conformità sono aspetti fondamentali del diritto romano antico e ne hanno determinato la forte natura prescrittiva. Non sorprende, allora, che il tema del confine fosse così centrale nella loro riflessione.
I Romani avevano elaborato un’intera disciplina dedicata all’organizzazione dello spazio: dagli àuguri, che con i loro riti sacri delimitavano aree e orientavano le città, agli agrimensori, che misuravano e dividevano i campi per l’agricoltura.
Tutto questo riflette il passaggio decisivo nella loro storia verso una società agricola e stabilmente organizzata sul territorio.
Limes/Limen
In latino esistono due parole per indicare il confine, limes e limen, ma hanno significati diversi.
Il limes è una linea di frontiera ben definita, spesso difesa militarmente: un limite rigido, che separa e protegge, come il Vallo di Adriano nell’Impero romano. È un confine che esclude, che dice “di qui non si passa”.
Il limen, invece, significa soglia: è un punto di passaggio, come una porta. Non divide semplicemente, ma collega. È il luogo dove si passa dall’interno all’esterno, dal noto allo sconosciuto, ed è per sua natura uno spazio di scelta, cambiamento e trasformazione.
Per questo, nello studio antropologico, il concetto di confine è fondamentale: è proprio sui confini che le culture costruiscono le identità e distinguono ciò che è “noi” da ciò che è “altro”. Il confine, infatti, è un simbolo potente proprio perché ha una doppia natura: può essere barriera, ma può anche diventare punto d’incontro.
In questa prospettiva, il confine non va inteso come un limes, cioè come una frontiera rigida e militarizzata. Piuttosto assume il significato di limen, una soglia attraversabile, uno spazio di relazione e di scambio.
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Intorno a Minerva / Terminus: dove l’ordine incontra il caos – di Giovanni Turelli – Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Bergamo e Brescia e Coop. Soc. K-Pax Breno, 2024
Cippus o terminus? – di Gian Luca Gregori – Atti del convegno internazionale “I Confini di Roma” – Edizioni ETS, 2018
Le divinità plurali nell’Occidente romano – Tesi di Cristina Girardi – Università degli Studi di Padova









