Se i ponti potessero parlare, Ponte Salario (in passato detto anche Ponte Salaro) non avrebbe solo storie da raccontare, ma cicatrici da mostrare. Situato nel punto strategico dove la Via Salaria scavalca l’Aniene poco prima che questo si getti nel Tevere, questo ponte è stato per secoli la “porta settentrionale” di Roma, un passaggio obbligato per il commercio del sale e per gli eserciti invasori.
Dalla Fidene etrusca alle camicie nere della Marcia su Roma, ogni epoca ha lasciato la sua impronta su queste pietre.
L’avamposto etrusco e l’ombra di Fidene
Prima che Roma stendesse la sua rete di strade consolari, l’area di Ponte Salario era già un crocevia vitale e ferocemente conteso. A dominare questo snodo strategico, dall’alto delle colline sulla riva sinistra del Tevere, sorgeva l’antica Fidene (Fidenae), una città che fungeva da vera e propria “sentinella” sul guado dell’Aniene.
Fidene, pur essendo nel Lazio, orbitava politicamente nella sfera etrusca ed era una stretta alleata della potente Veio (Veii) (situata sulla riva opposta del Tevere). Insieme, le due città formavano una tenaglia che minacciava l’espansione di Roma verso nord e controllava il prezioso commercio del sale che risaliva dalla costa.

È verosimile ipotizzare che, ben prima della struttura in pietra di epoca repubblicana, esistesse in questo punto un attraversamento stabile (probabilmente un ponte ligneo fortificato) gestito dai Fidenati.
Questo “ponte etrusco” non era solo un’infrastruttura, ma un’arma economica: chi lo controllava decideva chi poteva commerciare con l’interno appenninico e la costa adriatica.
La sanguinosa lotta secolare tra Roma e l’asse Fidene-Veio ebbe proprio questo ponte come epicentro, finché la conquista romana di Fidenae (avvenuta tra il 748-746 a.C.) non trasformò quella frontiera ostile nella porta di casa dell’Urbe.

La “bugia” di Narsete
Fino alla fine del Settecento, sul ponte era visibile un’iscrizione pomposa del generale bizantino Narsete (VI sec.). Il testo celebrava la ricostruzione del ponte dopo che il “tiranno” Totila (re dei Goti) lo aveva distrutto “fino all’acqua”.
Narsete si vantava di aver pulito l’alveo del fiume e ricostruito tutto in meglio: “Narsete, uomo gloriosissimo, ex preposto del Sacro Palazzo, ex console e patrizio, dopo la vittoria Gotica, avendo superato e abbattuto i loro stessi re con mirabile celerità in battaglia campale, restituita la libertà alla Città di Roma e a tutta l’Italia, rinnovò il ponte della Via Salaria, distrutto fino all’acqua dal nefandissimo tiranno Totila, dopo aver ripulito l’alveo del fiume, (rendendolo) in uno stato migliore di quanto fosse stato un tempo…”
Poi in un’altra epigrafe: “Quanto bene è stato tracciato il percorso del ponte curvo [ad arco], e il cammino interrotto prosegue! Calpestiamo le onde rapide del vortice sottostante, ed è piacevole osservare il mormorio dell’acqua irata. Andate dunque agevoli verso le vostre gioie, o Quiriti [Romani], e un applauso risonante canti ovunque Narsete. Colui che poté vincere le rigide menti dei Goti, costui insegnò ai fiumi a sopportare un duro giogo.”
Gli archeologi moderni, però, hanno smentito il generale: la struttura portante era rimasta quella repubblicana; Narsete si era limitato a un (pur importante) restauro dei parapetti e della pavimentazione!
Le origini romane: uno strumento Repubblicano
Sebbene alcune iscrizioni (oggi perdute) attribuissero la sua costruzione a Narsete nel VI secolo d.C. (vedi sopra), l’analisi architettonica svela un’origine ben più antica.
Il ponte è un capolavoro della tarda età repubblicana, un esempio straordinario di ingegneria che anticipa le conquiste augustee. La struttura originaria presentava una spettacolare campata centrale di 25 metri, un arco a tutto sesto maestoso con archivolti in travertino che si stagliavano sulla facciata.
Il nucleo era in solido calcestruzzo, rivestito da blocchi di tufo (probabilmente proveniente dalle vicine cave di Fidene), con uno spessore di ben 6,5 metri. Ai lati, le rampe erano alleggerite da archetti minori (due o forse quattro) che servivano anche come sfogo per le piene dell’Aniene.

Il duello del “Collare” (Torquato)
Secondo la tradizione, fu proprio sul ponte dell’Aniene (identificato spesso con il Salario o il vecchio ponte di legno preesistente) che nel 361 a.C. si svolse uno dei duelli più celebri della storia romana.
Il giovane Tito Manlio affrontò un gigantesco guerriero gallico che scherniva i romani. Manlio uccise il barbaro e gli strappò dal collo il torques, la collana d’oro tipica dei celti, mettendosela al collo. Da quel giorno fu chiamato Tito Manlio Torquato, e la sua stirpe portò quel nome con orgoglio per secoli.
Il medioevo e la torre di guardia
Nel Medioevo, quando i ponti erano risorse preziose e vulnerabili, Ponte Salario si trasformò in una fortezza. Sopra la struttura romana sorse una torre merlata (la Turris de Salaro), che fungeva da posto di dogana e difesa. Per secoli, questa torre ha dato al ponte il suo profilo inconfondibile, immortalato in decine di stampe e dipinti (inclusi quelli del Piranesi), rendendolo un ibrido affascinante tra infrastruttura viaria e castello.

Il secolo delle esplosioni: l’Ottocento
L’Ottocento fu il secolo più crudele per il ponte. La sua posizione strategica lo rese vittima sacrificale di ogni guerra per il controllo di Roma:
- 1799: le truppe napoletane, nel tentativo di fermare l’avanzata dei francesi, danneggiarono gravemente la struttura, abbattendo la torre medievale e l’antico parapetto con l’iscrizione di Narsete caduta in acqua (forse ancora sepolta sul letto del fiume o forse trafugata).
- 1849 (Repubblica Romana): Durante l’assedio francese che pose fine alla Repubblica Romana, il ponte subì ulteriori danni, venendo tagliato per circa 15 metri per impedire il passaggio degli eserciti.
- 1867 (la fine di un’era): il colpo di grazia arrivò con i soldati pontifici e francesi. Per arrestare l’avanzata dei garibaldini diretti a Roma, prima della sconfitta a Monterotondo (campagna di Mentana), i papalini fecero saltare in aria l’arcata centrale. Il ponte rimase un rudere spettrale fino al 1874, simbolo della disperata difesa del potere temporale.

Il Fascismo: la “Via Littoria” e l’allargamento
Con l’avvento del Novecento e del fascismo, il ponte tornò protagonista, ma questa volta come simbolo di modernità e potenza propagandistica.
- La Marcia su Roma (1922): Ponte Salario fu uno dei varchi cruciali attraverso cui le colonne fasciste entrarono nella Capitale il 28 ottobre. Le foto dell’epoca mostrano le camicie nere che attraversano il ponte, segnando l’inizio del Ventennio. Per celebrare il decennale della Marcia su Roma del 1922, nel 1932 il regime tentò di rinominare il tratto della Salaria come “Via Littoria” (un itinerario che ne comprendeva l’ultimo tratto). A testimonianza di ciò, resta la XXII colonna Littoria sponsorizzata dalla Shell.

- L’Allargamento (1930): Per adeguare la via consolare al traffico automobilistico moderno, il ponte subì una radicale trasformazione gestita dall’AASS (Azienda Autonoma Statale della Strada). L’antico manufatto fu allargato con sovrastrutture a sbalzo su mensole, inglobando quasi completamente le parti antiche rimaste. Fu in questo periodo che la Salaria venne potenziata come asse di collegamento verso Rieti e l’Adriatico.


- Il Cippo dell’AASS: a testimonianza di questi lavori e della retorica del tempo, nei pressi del ponte venne fissato un cippo (come venne fatto all’inizio di altre Strade Statali istituite nel 1928), che marcava la riqualificazione dell’arteria secondo i canoni dell’efficienza fascista.

Gli ultimi interventi moderni
Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta del ventesimo secolo, in occasione del raddoppio della Via Salaria, fu costruito un secondo ponte in cemento armato a est di quello originario per ospitare la carreggiata in direzione nord, mentre il ponte preesistente (tuttora uno dei crocevia fondamentali per raggiungere Roma) venne riservato alla carreggiata in direzione sud.












