Se Ascoli Piceno è la città del travertino, il Ponte Romano di Solestà è il suo monumento più ingannevole e affascinante. Quello che da fuori appare come un monolite immutato dall’età augustea, nasconde al suo interno un segreto strutturale che lo ha salvato dalla distruzione. Gettato con un’unica, vertiginosa arcata sopra il fiume Tronto, questo ponte non è solo un capolavoro dell’antichità, ma un “cyborg” architettonico: un corpo romano con uno scheletro di cemento armato.
Un arco di trionfo sull’acqua (Il Guscio Romano)
La parte visibile è pura ingegneria romana del I secolo d.C. (età augustea). Il ponte supera il letto del fiume con un solo balzo di 22,20 metri di luce, raggiungendo un’altezza di 25 metri. La struttura esterna è realizzata interamente in opus quadratum di travertino: grandi blocchi squadrati posati a secco, senza malta, tenuti insieme dalla perfezione del taglio e dalla gravità. La scelta dell’arco unico fu una necessità pragmatica: eliminando i piloni dal letto del fiume, i romani evitarono che la furia delle piene del Tronto potesse indebolire la struttura, un accorgimento che ha permesso al ponte di restare in piedi mentre altri crollavano.
Il segreto del 1939 (Il cuore moderno)
Per secoli il ponte è stato “pieno”, come tutti i ponti romani. La vera magia avvenne tra il 1937 e il 1939. Per consolidare la struttura ormai provata dal tempo e dal traffico moderno, gli ingegneri del Genio Civile compirono un intervento chirurgico audace: svuotarono il ponte dal suo riempimento interno originale (terra e pietrisco) e vi inserirono una struttura scatolare in cemento armato.

È proprio questo intervento che ha creato il corridoio d’ispezione visitabile che conosciamo oggi. Entrare nel ventre del ponte non significa camminare in un cunicolo romano, ma attraversare l’armatura moderna che sostiene i blocchi antichi dall’interno (intus roboratus, come recita l’iscrizione all’ingresso).
La prova del fuoco: più forte della dinamite
Questa fusione tra estetica antica e tecnologia moderna si rivelò provvidenziale pochi anni dopo. Nel 1944, durante la ritirata tedesca, le truppe naziste minarono il ponte per bloccare l’avanzata degli Alleati. Le cariche esplosive detonarono, ma il ponte non crollò. Se fosse stato un semplice ponte in muratura o solo in cemento, probabilmente sarebbe andato in pezzi. Ma la combinazione tra l’elasticità della struttura romana a secco e la resistenza del nucleo interno in cemento armato assorbì l’urto, riportando solo danni superficiali. Il ponte del 1939 aveva salvato il ponte del I secolo.
La Porta: il sigillo medievale
A guardia di questo attraversamento strategico sorge Porta Solestà, edificata nel 1230. Con il suo arco a tutto sesto e la merlatura ghibellina, la porta trasformò l’infrastruttura viaria aperta dell’impero in un sistema difensivo chiuso tipico dell’età comunale. Sulla porta, gli stemmi della città e del podestà ricordano ancora oggi che, per entrare ad Ascoli, bisognava chiedere il permesso a una città fiera e fortificata.
Un dettaglio da cercare: la “Damnatio Memoriae”
All’ingresso nord del ponte (lato porta), cerca il cippo in travertino che commemora i restauri.
ROMANUS PONS A VETUSTATE FRACTUM FIRMITER AC COSTANTER INTUS ROBORATUS A.D. MCMXXXIX (Il ponte romano, rotto dall’antichità, fu saldamente e costantemente rinforzato dall’interno nell’anno del Signore 1939)
L’iscrizione latina celebra il rinforzo del 1939, ma l’ultima riga appare scalpellata e confusa. Lì c’era scritto l’anno dell’Era Fascista (A FASC. REST. XVII). Dopo la caduta del regime, il 25 luglio 1943 dal cippo sono state cancellate la data ed il fascio littorio, sostituito con lo stemma della città di Ascoli.


















