Nel cuore delle Gole del Velino, dove la Via Salaria si insinua tra pareti di roccia verticali e il fiume ruggisce in basso, si trova uno dei monumenti più affascinanti dell’ingegneria romana: il Masso dell’Orso. Questo luogo non è solo una testimonianza della lotta di Roma contro la natura, ma anche il centro di un piccolo “giallo” archeologico che riguarda proprio il suo celebre miliario.
Il mistero dei due miliari e dell’iscrizione dibattuta
Quando si parla del “miliario del Masso dell’Orso”, spesso si fa confusione tra due entità diverse:
1) La lapide perduta (Il vero miliario in situ): sulla parete di roccia della “Tagliata”, è ancora visibile un grande incasso rettangolare (circa 1,15 x 1,85 metri) circondato da fori. Qui, in origine, era fissata una grande lapide di marmo o bronzo. Nel libro “Monumenti sabini” 3 voll, scritto da Giuseppe Antonio Guattani ed edito da Puccinelli a Roma, 1827-1830 viene riportato:
Rilevo dalle memorie accumulesi che realmente vi stava incastratala celebre iscrizione di Traiano, da 40 anni circa trasportata in Antrodoco, dove suole generalmente farsene menzione.
Si tratta dunque dell’iscrizione posta attualmente sotto l’arco di porta Sant’Anna ad Antrodoco?
Gli studiosi non sono concordi. La vera iscrizione commemorativa che celebrava l’opera di taglio della montagna e che, presumibilmente, segnava la distanza, forse è andata perduta secoli fa, lasciando solo la sua “impronta” vuota nella roccia.

2) La colonna errante (Il Miliario LXIX): il testo che spesso viene citato (Imp. Caesar Divi f. Augustus… LXVIIII) appartiene in realtà a un cippo miliario cilindrico ritrovato nelle vicinanze, in località Sigillo.
Questa colonna segnava il 69° miglio da Roma (non il 68°, come a volte riportato erroneamente: LXIX o LXVIIII corrisponde a 69). È molto probabile che questo cippo fosse collocato originariamente proprio lì sotto, sulla strada, ma nel corso dei secoli sia rotolato nel fiume o sia stato spostato. Oggi, quello che spesso si vede in loco o nelle foto è un cippo molto eroso o una copia, mentre i reperti originali di questa zona (incluso un busto femminile poi trafugato) sono stati trasferiti per sicurezza nei musei (come il Museo Civico di Cittareale o a Roma).

Quindi è corretto dire che il miliario “fisico” (la colonna) potrebbe non trovarsi più nella sua esatta collocazione originale millimetrica, mentre la parete rocciosa con l’incasso è l’unico testimone inamovibile.
La “Tagliata”: un’autostrada nella roccia
Indipendentemente dalla sorte del cippo, la vera protagonista è la Tagliata. Per superare lo stretto canyon delle Gole del Velino, dove non c’era spazio per argini, gli ingegneri di Augusto nel 9 a.C. (o forse già in epoca repubblicana con successivi rifacimenti) decisero di scavare la strada direttamente nel fianco della montagna.

La parete calcarea fu tagliata a piombo per un’altezza di oltre 30 metri e una lunghezza di 20, creando una banchina artificiale larga circa 7 metri. Ancora oggi, osservando la roccia (raggiungibile solo attraverso escursione a piedi), si possono scorgere i segni dei picconi romani, testimoni di un lavoro titanico.
Sotto la strada, un imponente muraglione in opera poligonale (massi enormi incastrati senza malta) sosteneva la carreggiata, impedendo che franasse nel fiume sottostante.
Un crocevia strategico
Il miglio 69 non era un punto a caso. Si trovava quasi esattamente a metà strada dell’intero percorso della Salaria (che misurava circa 137-144 miglia da Roma all’Adriatico). Inoltre, questa zona (tra Interocrium/Antrodoco e Falacrine/Cittareale) era un nodo cruciale della viabilità appenninica.
Poco prima delle gole, ad Antrodoco, si staccava la Via Caecilia, che portava verso l’Abruzzo (Amiternum e Atri). Il Masso dell’Orso agiva come un “collo di bottiglia” controllato: chiunque volesse attraversare l’Appennino centrale per portare il sale o le legioni verso il Piceno doveva passare di qui, sotto l’occhio vigile dell’iscrizione imperiale.
Per info e foto: Il Feudo di Machilone (pagina facebook)












