Nel cuore della Sabina, nascosto tra la vegetazione al confine tra i comuni di Scandriglia (frazione Ponticelli) e Poggio Nativo, si cela un monumento che inganna già dal nome.
Il Ponte del Diavolo non è un ponte nel senso classico del termine, e il Diavolo, per una volta, non c’entra nulla con patti faustiani o costruzioni notturne. Si tratta invece di una straordinaria opera di ingegneria idraulica e stradale romana, talmente imponente e perfetta da aver suscitato nel tempo timore reverenziale e leggende popolari.
Un “Viadotto-Diga” del II secolo a.C.
Quello che appare agli occhi del visitatore come un muraglione ciclopico è in realtà una sostruzione (o substructiones) della Via Salaria antica. Costruito nel II secolo a.C. (alcune fonti riportano III sec. a.C.), questo manufatto serviva a due scopi vitali:
- Sostegno stradale: Permetteva alla via consolare Salaria di superare il dislivello della Valle Vara e del Fosso delle Vurie mantenendo una pendenza costante, fungendo da viadotto.
- Briglia idraulica: Funzionava come una diga permeabile per regimentare le acque del fosso, evitando che l’erosione o le piene improvvise distruggessero la strada sovrastante.

I numeri del Gigante
Le dimensioni dell’opera sono impressionanti e spiegano perché sia sopravvissuta per oltre due millenni:
- Altezza: circa 13 metri (in alcuni punti oltre 10 m).
- Lunghezza: circa 20 metri.
- Larghezza: quasi 7 metri.
- Tecnica: Opus quadratum (opera quadrata) a secco. È costituito da 14 filari di enormi blocchi di calcare locale (travertino), alcuni lunghi fino a 1,20 metri e alti 90 cm, posati senza calce.
La struttura è rinforzata a valle da speroni a scarpa (contrafforti) che dovevano contrastare la formidabile spinta del terreno e dell’acqua. Al centro della muraglia si apre un cunicolo (o chiavicone) alto circa 1,80 metri, che permetteva il deflusso controllato delle acque del torrente, evitando l’effetto “tappo” che avrebbe fatto crollare tutto.
Il confine tra due mondi
Oltre al suo valore ingegneristico, il Ponte del Diavolo ha un’importanza storica e topografica cruciale. Come evidenziato dagli studi di Lorenzo Quilici (1994), questa struttura segnava il confine territoriale tra due importanti città sabine: Cures Sabini (l’antica capitale, patria di Numa Pompilio) e Trebula Mutuesca (l’odierna Monteleone Sabino). Era un punto di passaggio obbligato, una “dogana” naturale lungo la via del sale che collegava Roma all’Adriatico.
Come raggiungerlo (e cosa vedere nei dintorni)
Il sito si trova in uno stato di semi-abbandono che ne accresce il fascino selvaggio, ma richiede attenzione per essere raggiunto. Si trova a circa 500-1000 metri dalla Strada Provinciale Salaria Vecchia (SP 40).
Provenendo da Osteria Nuova e superato il bivio per Ponticelli, si deve imboccare una carrareccia campestre sulla destra che scende nella valletta. Nelle vicinanze, per gli appassionati di trekking e archeologia, è possibile percorrere un tratto della Via Salaria antica dove è possibile trovare ancora qualcuno dei basoli originali.














